Negli intermezzi

È nei momenti di intermezzo, è quando sono da solo, che faccio fatica a recuperare.
Quando sono con gli altri, la compagnia mi carica. Grazie all’energia degli altri, e anche un po’ per inerzia, recupero la mia verve, a volte addirittura la moltiplico intenzionalmente. Finisce che sono anche più allegro di prima. So che ne ho bisogno, e spingo.
Faccio tutto quello che facevo prima. Lo faccio di più e con maggiore soddisfazione.
È quando sono da solo che non ho recuperato.
Ora ho bisogno di più degli altri, perché un pezzo di me se ne è andato. E in qualche modo dovrò provare a ricostruirlo.
Ho meno voglia di stare da solo. Meno forza. E la compagnia, anche la compagnia di per sè, mi aiuta.
Cerco di dare all’esterno, agli altri, quello che ho in meno in me stesso.
Forse, in un impeto di ottuso ottimismo favorito dall’aria fresca di questo fine luglio, intuisco che potrebbe essere questa la chiave: dare, diffondere, restituire.

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Le parole, stavolta, non ce le ho

Non so definire il macigno che da 3 mesi ho nella pancia.
Non so dire il bene che ti ho voluto, e ti voglio.
Non so spiegare come facevi a rendermi felice appena ti vedevo, anche quando eri nel letto d’ospedale.
Non so scoprire il motivo per il quale ti ho sempre associato a mia mamma.
Non so replicare il tuo sorriso e il tuo sguardo, per vedere un mondo bello quanto quello in cui c’eri tu.
Non so pensare una bellezza così piena come la tua, un’umanità così rotonda, una felicità così definitiva.
Non so elencare le cose che mi hai insegnato a sentire e a fare, le cose che di te ho ammirato.
Non so prevedere quanto di te sarò in grado di portare dentro.
Non so riconoscere di me quanto è tuo.
Non so ricordare com’ero io prima di te.
Non so aspettare di rivederti.
Non so continuare ad essere me stesso senza le tue parole, senza il tuo equilibrio, senza la tua rassicurazione.
Non so farti nessuno dei discorsi che ti piaceva ascoltare.
Se sei da qualche parte, pensaci tu.
Dimmi tu la parola giusta, aiutami tu come hai sempre fatto.

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Paura

Non mi sono mai sentito più a casa di così.
Mai, in nessun altro luogo, con nessun’altra persona.
La sensazione costante di non dover mai spiegare né giustificare niente, di lasciare uscire le cose e le emozioni, di capire tutto con uno sguardo. Arrivando in un attimo molto più lontano che dopo tante conversazioni.
Di vivere il presente con gioia e pienezza senza dover raccontare il passato né pianificare il futuro.
Senza cercare a fatica le cose da condividere, perché la condivisione è sempre stata la base, il punto di partenza, la “circumstancia data”.
Forse solo ora mi rendo conto fino in fondo di quanto questo sentirmi a casa, questo luogo dell’anima che ho custodito gelosamente come riparo dalle onde in tutte le stagioni alterne degli ultimi undici anni, abbia per me costituito l’elemento fondativo, il terreno su cui costruire identità e felicità. Ora che questo terreno mi balla pericolosamente sotto i piedi, vacillo anch’io, impotente davanti a queste scosse.
Atterrito dalla paura.
Come quella sera dell’80, piccolo e impotente di fronte a una natura ingiocabile, che agisce all’improvviso, prendendoti sul più bello, alla fine di una splendida giornata di sole, senza che tu possa reagire o difenderti in alcun modo. Nel modo più vigliacco che si possa immaginare.

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Robertinho

Nei primi giorni, sulla spiaggetta di Barra a Salvador, facevo davvero il ganassa. L’euforia di una vacanza mai così lunga davanti. L’euforia aggiuntiva di essere da solo e senza programmi per più di un mese. La sensazione nuova di poter andare in spiaggia a qualsiasi ora del giorno senza averlo deciso prima, e anche non avendo il costume in borsa. In mutande, i miei slip più simili ai costumi brasileiri di uno qualsiasi dei costumi che ho sempre usato in Italia, facevo veramente il ganassa. Il mio italiano adattato alla bisogna per avere un suono vagamente brasiliano con l’aggiunta di qualche parola in portoghese qua e là riusciva perfettamente nell’intento di farsi capire e la necessità di aiutarsi con i gesti, con il fisico, più di quanto non faccia già di solito, mi rendeva in qualche modo più italiano, più caratteristico, ai loro occhi più figo.
La pericolosità di Salvador, quell’amicizia di tutti troppo esagerata per essere vera, mi spingeva a tirare fuori la napoletanità, da dove la tengo di solito nascosta. Smanacciando anch’io qua e là durante la grande festa dopo la partita del Brasile, appena sono arrivato il primo giorno al Pelourinho, mi univo all’abbraccio collettivo che mirava ai portafogli, se ce ne fossero, e intanto prendeva vantaggio dai culi ammassati nella calca e tutti ondeggianti al ritmo della torcida.
Ubriacandomi di Skol bem gelada, la prima sera, senza ancora aver disfatto la valigia, e già avendo difficoltà a ritrovare la Ladeira do Carmo per tornare alla pousada, ammiccando ai giochi delle brasiliane, e profondendomi in grandi effusioni d’affetto con chiunque volesse condividere l’euforia, diventavo sempre più truzzo. E il Robertinho truzzo che veniva fuori portava con sè una dose di spensieratezza e di concretezza, di vita ancorata ai bisogni di base e alla felicità senza motivo, e alla saudade altrettanto immotivata che poi ti prende a un certo punto, che stare lì mi sembrava la cosa più naturale, più ovvia, migliore che mi potesse capitare.
Il Brasile mi ha preso così, da sotto, diciamo.
Il gioco di parole neanche tanto velato non è casuale. Il sesso c’entra, eccome. In un senso che si può declinare anche ad alti livelli, certo. Il fatto che il sesso sia sempre anche un gioco, felice, tranquillo, non problematico c’entra, eccome. Avranno altri tabù in Brasile, certo non quello del sesso. Sulle spiagge di Rio la mia conversazione approssimativa arrivava giusto là dove serviva che arrivasse. Prima che una mano mi prendesse e mi dicesse “Andiamo a fare il bagno” in modo da iniziare a palparsi per bene tra un’onda e l’altra. Il Robertinho truzzo seguiva senza problemi, fino a dover essere fermato. “Qui non si può”. Ah no, dico io? Mi sembrava tutto così facile che pensavo ci si potesse rotolare anche qui, su questi dieci chilometri di spiaggia che ho negli occhi e nel cuore da quando sono tornato, e nella testa come meta della prossima partenza.
La mia propensione per la multietnicità c’entra: aprire gli occhi dopo un sonnellino meritato e vedere il mio corpo bianco, appena dorato dalla prima abbronzatura di quel dolcissimo inverno, avvinghiato a gambe oggi nere e domani mulatte mi lanciava in deliri di afflato universale che solo la fame portava via, una volta che il risveglio si fosse completato.
Uno dice: vabbè, sei andato a scopare. Ma non è questo.
E’ che la vità è più facile. Si gioca a un livello meno sofisticato, meno problematico. I brasiliani sono in qualche modo americani, sono meno complessi. Sono più giovani, come popolo. E più aperti. E più diversi tra di loro. Pare che i passaporti brasiliani siano i più contesi al mercato nero, perché di nessuno puoi dire “No, non sembra proprio un brasiliano” tale è la commistione di razze e colori. Questo aiuta. Sao Paulo, così diversa dal Brasile dell’immaginario, è una metropoli gigantesca e nella quale l’inquinamento e la criminalità la fanno da padroni. Il sindaco ha stabilito che non è obbligatorio fermarsi ai semafori rossi, per evitare le aggressioni. Eppure Sao Paulo è la città culturalmente più viva che abbia mai visto. Sì, proprio così. Più di Londra, per esempio. Più di Parigi. Una marea di eventi gratuiti a tutte le ore del giorno e della notte, una marea di giovani in giro. La Livraria Cultura come Paradiso degli amanti dei libri. E i club migliori del Sudamerica, se vuoi andare a ballare.
Con i suoi mille problemi, il Brasile è però un paese in movimento. Un paese di cui percepisci il dinamismo, la cui bellezza è viva, agisce nel mondo. Della bellezza italica a volte mi sembra che rimanga la forma, l’involucro, che dai monumenti del nostro patrimonio questa bellezza non riesca ad uscire, a farsi reale, a misurarsi con la realtà, e rimanga invece lì, imprigionata, come in un castello ormai disabitato che ormai, tra un po’, oltre a farsi ammirare per la sua bellezza inizierà a fare paura per quanto è vuoto.
A Rio puoi fare una cosa che non puoi fare in nessun altro posto del mondo, e che qualcuno dice essere la cosa più bella che si possa fare da vestiti: volare in deltaplano sopra la città. Lanciarsi in corsa dalla Pedra Bonita e arrivare alla Praia Vermelha dopo aver sorvolato, in estasi paradisiaca, la cidade maravilhosa come il Cristo Redentor, dalla sua postazione fissa, non riesce a fare. E lì, sulla piattaforma sospesa nel vuoto, mentre aspettavamo che il vento si decidesse a mettersi buono, al nostro servizio, tra ex avvocati che hanno mollato tutto per il piacere di volare, con Ruy che capiva dal peso della mia mano, dalla mia calma a due passi dal vuoto quanto amore mi avesse dato mia madre da piccolo, lì pure avrei voluto rimanere. Lì sulla piattaforma a due passi dal vuoto, con Ruy mi sono messo a chiacchierare della libertà, e di come la cerchi, anche qui a Milano, in tutt’altri contesti.
In questo grande paese che ne contiene diversi al suo interno, c’è un altro posto dove mi sarebbe piaciuto restare. Sulla minuscola barchetta a motore che sfrecciava nella foresta pluviale del Rio delle Amazzoni tra coccodrilli, piranha e un cielo di un blu umido che non s’è visto mai. Tra le piante medicamentose a rivelare il segreto della natura dentro ogni albero, e gli animaletti da mangiare, che fanno tanto bene. Il Robertinho truzzo che, a pelle, si fida ciecamente del vecchietto col machete che conosce la foresta come le sue tasche e ne segue i consigli, come non fanno neanche i brasiliani di città, in gita da Manaus.
Se dopo aver mangiato il pirarucù, te ne puoi stare sull’amaca e addormentarti, la vita ti sorride.
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